Fattori, padroni e contadini a Montegridolfo

linea

I “fattori” a Montegridolfo

Sia per la limitata estensione del paese, che per la modestia delle ricchezze naturali, nella storia di Montegridolfo i fattori ricoprirono un ruolo importante, ma furono meno numerosi e meno ricchi dei loro compari di città o di altre aree romagnole o marchigiane. Soprattutto, il più delle volte, si trattò di uomini semplici e onesti, molto vicini per cultura, sensibilità, condivisione dei valori e delle condizioni di vita, ai propri contadini e al resto della comunità.
Nel nostro paese, dalla seconda metà del secolo scorso, i fattori fanno capo ad un ristretto numero di famiglie che, per tradizione, spesso tramandarono di padre in figlio il mestiere. Grazie alla memoria storica di Vaccarini Maria, di Fraternali Grilli Eugenio (“Ennio”) e Fraternali Grilli Primo (“Mimmo”) si è potuto tracciare un profilo dell’attività di alcuni di loro e ricostruire uno spaccato della vita della nostra comunità, anche attraverso una “geografia” delle possessioni e delle relative famiglie contadine.
Ancor prima di Renzi Giorgio, lo zio “Munden d’Renz” (fratello di Paolo Renzi), così come Cavalli Ciro, Grilli Eutimio (Tino d’Ghiandon), oltre ad essere possidenti, rivestirono alcune funzioni tipiche del fattore, ma non gestivano mezzadri e furono prevalentemente mediatori di bestiame; il loro lavoro si svolgeva prevalentemente nelle fiere e nei mercati agricoli e di bestiame (ad esempio, Morciano, Pugliano). Altri signori, come Uguccioni Ciro[FGP1] , curavano le loro proprietà di persona e con i l supporto di alcuni uomini di fiducia.
L’ultimo fattore nel senso proprio del termine fu Fraternali Grilli Rodolfo, a molti noto come “Dolf d’Maragon”. Egli svolse il proprio lavoro fino al 1985, quando il mestiere stesso venne meno perché privato dai tempi della ragione economica di esistere. Gli succedette nel ruolo “Clecchia” (Calesini Amato, di S. Ansovino), che tuttora gestisce alcune proprietà, le ultime non vendute di un cospicuo patrimonio agrario, per conto della famiglia Martelli. Il ceppo familiare Fraternali Grilli è un caso esemplificativo di storia di fattori. Il capostipite fu Fraternali Grilli Nazzareno. Nacque il 13 giugno 1847 ad Urbino, da padre e madre ignoti, come si legge nell’atto di morte conservato nell’archivio comunale di Montegridolfo, ove morì a 82 anni, il 23 gennaio 1930. Fu dunque un trovatello, cresciuto in un convento di frati francescani ad Urbino, forse figlio di un qualche nobile o altoborghese che si preoccupò di fare ricevere al bambino un’educazione scolastica, di fatto non dissimile da quella impartita ai fanciulli delle famiglie nobili o facoltose. Queste origini spiegano anche il doppio cognome, dove il primo (Fraternali) si riferisce alla Fraternitas (comunità francescana) che lo accolse e lo crebbe e il secondo (Grilli) fu probabilmente attribuito dalla famiglia a cui fu affidato (non si esclude la stessa famiglia della donna che sposò, tale Grilli Maddalena).
Nazzareno sapeva leggere e fare di conto ed era considerato, all’epoca, una sorta di Ingegnere. Come tale, partecipò alla progettazione delle prime strade del paese, fra le quali il percorso che scende da Cà Bernardo e dalla Corea dove passava un fosso e c’era il mulino (da farina) di “Cisjion” (padre di Fraternali Grilli Ilde e Maria) e lo “spaccio” di generi alimentari. Di lui Vaccarini Maria racconta che progettò il campanile della Chiesa di Trebbio e svolgeva funzioni di capo-mastro nei primi cantieri per le opere di “urbanizzazione” del paese.
Nazzareno divenne fattore al servizio della famiglia padronale Scattolari, per la quale lavorò sino al 1925. Gli succedettero il figlio Fraternali Grilli Primo, dal 1925 al 1950 e il nipote Fraternali Grilli Rodolfo, dal 1950 al 1985.
Egli ebbe quattro figli: Primo, Vincenzo, Terzo, Marietta. I primi due seguirono le orme del padre e divennero a loro volta fattori. Fraternali Grilli Primo (che ebbe sei figli: Rodolfo, 1901; Assunta, 1904; Nazzareno, 1907; Mario, 1910; Ada, 1913; Aldo, 1916) rimase a Montegridolfo, mentre il fratello Vincenzo si trasferì a Pesaro e fece il fattore per conto dei signori Valentinotti, le cui proprietà erano prevalentemente ubicate nei territori dei Comuni di Montelabbate (frazioni di Farneto e Apsella) e Montecchio di S. Angelo in Lizzola.
Come vuole la tradizione, ancora oggi nelle rispettive famiglie un qualche rapporto con quel mondo agricolo che fece la fortuna e segnò l’esistenza dei progenitori è rimasto ed è il motivo per cui, probabilmente, Fraternali Grilli Primo ed Eugenio hanno scelto di continuare il mestiere di agricoltori e per il quale Fraternali Grilli Giovanni è diventato perito agrario.
I poderi gestiti da Fraternali Grilli Rodolfo e dai suoi predecessori arrivarono ad essere 32. Le fattoranze erano divise in quattro raggruppamenti, corrispondenti ad altrettanti proprietari: Scatolari Rodolfo (che non ebbe figli); Scattolari Guglielmo (“sor Guglielme”); Scattolari-Martelli Margherita; Cavoli Mauro.
Le proprietà amministrate per conto di Scattolari Rodolfo erano condotte dai seguenti contadini o mezzadri: “Baldon”, nel podere successivamente acquistato da “Luzie” (Tenti Giovanni); “Santon” (Maffei Augusto), il cui podere è oggi di proprietà di Ferrini Antonio e Giovanbattista; Galli Amato, a cui successe “Ciro d’Benvenut” (Benvenuti Cesare);[2] “Mancinet” (Mancini Romolo), presso la Chiesa di Meleto; “Buratel” (Cerri Primo, a cui successe Fonti Giuseppe), a Cà Bernardo; “Miren” (Del Baldo Adolfo), nel podere che divenne poi di Fonti Mario.
Le proprietà amministrate per conto di Scattolari Guglielmo erano coltivate dai contadini: Terzo “Garnacin” (Fraternali Terzo), nell’attuale Palazzo Scattolari; “Garnacin”, ossia Giovanni Fraternali e fratelli di Terzo, sempre a S. Pietro, nel podere oggi di proprietà di Peonia Osvaldo; “Fle d’Funtena” (Fonti Alfredo), nei pressi del cimitero; “Marsiglio”, nella campagna del monte di Montecchio, “Storten” o “Chitara” (Umbri), sempre sul monte di Montecchio; “Cetre” (Fraternali Esilio), sotto il palazzo Scattolari, al confine con “Buratel”.
Le proprietà amministrate per conto di Scattolari Margherita erano condotte dai mezzadri: “Cuvacia e Tavien” (Ottaviani Bruno), nei Tavolli; “Mira” (Del Baldo Terzo), nella casa padronale di Trebbio (detta “della Margherita”), successivamente abitata da “Fafen de Mut” (Staccoli, poi trasferitosi a Tavullia); “Pagnin” (Verni Lazzaro), a Cà Bernardo; “Funtena” (Fonti Mario e Giuseppe), sempre a Cà Bernardo, nella casa che poi divenne di Lucchetti Francesco; Donati Quinto, a Padiglione; “Bisjin” (Talismani), a San Pietro.
Infine, le proprietà di Cavoli Mauro erano coltivate dai contadini: “Ciclen Stavo” (Ceccolini Cesare, padre di Celestino), a Castello; Villani Rinaldo, a cui successe Fraternali Augusto, detto “Gut”, oggi di proprietà di Ferrini Antonio e Giovanbattista; “Zugle” (Simoncelli Angelo) nelle attuali proprietà di Fraternali Giovanni; Benzi Enrico (padre), suo figlio Arturo e relativi figli, a cui successe “Pitrin” (Fraternali Pietro), nelle “campagne verso Tavullia”, oggi proprietà di Giorgio Renzi; Travaglini, detto “per Vincenzo” a Montecchio, in località Grotte. Una ulteriore proprietà della moglie di Cavoli Mauro (Sig.ra Leonardi Fernanda) si trovava a Montelabbate ed era condotta dalla famiglia Mariotti.
Infine Rodolfo seguiva alcune operazioni colturali, quali la trebbiatura, la pesatura del grano, la vendemmia, ed altre, per conto dello zio Fraternali Grilli Vincenzo presso il podere condotto da Cappucci Pietro, ora di proprietà dell’azienda agricola Ferrini.
Ancora oggi gli anziani, e non solo, ricordano “Dolf” girare per il paese e le campagne, i primi tempi con il calesse trainato dalla cavalla nera Lola, poi a piedi, fino agli ultimi anni di lavoro. La cavalla bianca (“Minghina”) era invece il mezzo di trasporto preferito dal padre Primo.
Gli attrezzi del mestiere di Rodolfo, conservati dalla famiglia, ne evocano ancora oggi il lavoro l’impegno: la scrivania di legno di abete con gli scomparti segreti e la tavoletta a scomparsa per scrivere le lettere; il calamaio; le tante carte e i registri contabili in cui in bella calligrafia erano annotati i frutti e le spese delle coltivazioni nelle annate agrarie; il timbro di legno per suggellare e asciugare le lettere; il nastro o “fituccia” per misurare terreni e tirare confini.
Tuttora Vaccarini Maria conserva vivido il ricordo dei rapporti con i signori e, in particolare con le loro mogli. “Il tempo delle olive, o della mietitura, Scattolari veniva su da Pesaro con la Balilla. La moglie Piera veniva a Montegridolfo volentieri. Era una persona buona. Era di umili origini e in gioventù aveva fatto “la serva”. Le piaceva fare le conserve, insieme a me e alle altre donne, preparare i succhi di frutta, raccogliere l’erba o, a Carnevale, cucinare le castagnole. I suoi bambini giocavano insieme ai nostri. Ed erano uguali. Una volta sono stata da lei a Pesaro per due giorni, ad aiutarla in alcune faccende e pulizie di casa. (…)
La moglie del Generale (Cavoli Mauro) invece, era più aristocratica e distaccata. Le tre sorelle Martelli, poi, venivano di rado e solo per mezza giornata (…). Di Cavoli Mauro ricordo che era un innovatore. Introdusse le qualità di grano duro, i primi attrezzi moderni, le prime comodità. Scriveva sempre. ”
“Mimmo” e la moglie Anna raccontano di quando, ancora fidanzati, l’ultima domenica prima di Natale si svolgeva la consueta “festa del fattore”: tutti i contadini di Rodolfo portavano regali. In particolare, offrivano i capponi, che venivano cucinati in un ricco pranzo a base di cappelletti, bollito e carne, a cui prendevano parte i mezzadri, uno in rappresentanza di ogni podere gestito, assieme alla famiglia del fattore, nella sua casa. I capponi che avanzavano, veniva infine venduti ai “treccle”, compratori di polli che venivano da Morciano.
In questa e in altre occasioni i contadini manifestavano a Rodolfo la propria gratitudine e stima, che si è mantenuta negli anni, anche dopo la fine di “quell’era”. La stessa “buona memoria” verso un uomo e un fattore semplice e onesto, che non cercò mai di arricchirsi in modo improprio e che non pretese nessun podere come liquidazione alla fine del proprio incarico, è mantenuta da tanti altri che lo conobbero.
Quella dei fattori è una storia che, a Montegridolfo e in altre realtà, iniziò a declinare all’indomani della seconda guerra mondiale. Ma il ricordo e il segno di quel passato è ben presente nella memoria di tanti e nella storia delle nostre famiglie.
Nel decennio 50’- 60 molte campagne furono abbandonate e tante famiglie di contadini si trasferirono in città, spesso per svolgere negozi che presupponevano investimenti di denaro liquido, proveniente da quel risparmio colonico che consentì anche a molti di loro di acquistare i poderi e la casa ove erano a servizio. Fu un vero esodo a valle, verso il mare; i poderi abbandonati dai più vicini alla costa furono “occupati” da coloni delle fasce collinari e, successivamente dai “montanari” del subappennino che andava svuotandosi. L’emigrazione fece poi il resto. Le strategie mezzadrili già avevano subito una scossa; la diaspora e la nuova industrializzazione fecero crollare il sistema.
I mezzadri chiesero la buonuscita, a volte in denaro, più spesso contro cessione di porzione di terre. Molti di loro diventano padroni; alcuni fecero più fortuna e divennero talora più ricchi dei fattori e dei vecchi proprietari dei fondi che nonni e padri avevano coltivato, anche se pochi assunsero il ruolo di imprenditori agricoli. Nelle nostre zone furono poche anche le cooperative, al massimo di “macchine mietitrebbiatrici, trattori e ruspe”.
Purtroppo, demolendo soprassuoli e chiudendo fossi i nuovi padroni trasformarono il paesaggio agrario di molte aree, dove l’esistenza dei vecchi poderi è ricordata dalle tante case coloniche che continuano a punteggiare le nostre campagne, alcune diroccate o abbandonate, altre ristrutturate, spesso seconde case di “forestieri”, altre ancora usate come deposito di materiali e attrezzi, ma, sempre, testimoni di una forte cultura e di una vera civiltà.


Riferimenti bibliografici per eventuali approfondimenti:

S. Anselmi (a cura di), Economia e società: le Marche tra XV e XX secolo, Il Mulino, Bologna, 1978.
S. Anselmi, Mezzadri e terre nelle Marche: studi e ricerche di storia dell’agricoltura fra Quattrocento e Novecento, Patron, Bologna, 1978.
M. Paci (a cura di), Famiglia e mercato del lavoro in un’economia periferica, Milano, 1980.
S. Anselmi (a cura di), Insediamenti rurali, case coloniche, economia del podere nella storia dell’agricoltura marchigiana, Cassa di Risparmio di Ostra Vetere, 1986.
S. Anselmi, “Le Marche. Padroni e contadini”, in Storia d’Italia. Le Regioni dall’Unità d’Italia ad oggi”, Einaudi, Milano, 1987.
Don G. Lupi, Opera Pia Famiglia Balestrieri, Eurograf Srl, Talacchio, 2002.

Mara Del Baldo & Fraternali Grilli Giovanni
Trebbio di Montegridolfo, 14 giugno 2005

linea

[1] “Il patto di mezzadria è un contratto agrario per il quale un proprietario terriero (concedente) e un coltivatore, in proprio e quale capo di una famiglia colonica (mezzadro) si associano per la coltivazione di un podere al fine di dividerne a metà prodotti, utili e spese di esercizio. Il mezzadro, assieme alla sua famiglia, ha l’obbligo di risiedere stabilmente nella casa costruita sul fondo, di custodire e di conservare i beni affidatigli dal concedente, di prestare nel podere la sua opera di colono con la direzione del proprietario e, quasi sempre, con la mediazione del fattore, che è l’uomo di fiducia del “signore” (S. Anselmi, 1987, op. cit.).
[2] I poderi condotti da Galli Amato e da Cerri Primo erano in realtà di proprietà di Trapani Ada, ma la loro amministrazione era sempre seguita da Scattolari Rodolfo e delegata al fattore.

linea

[FGP1]Verificare se Ciro o Cesare